Nino Cordio
D I S E G N O
Rari sono i casi di artisti contemporanei che abbiano interpretato il disegno come mezzo espressivo autonomo e compiuto anche nella maturità. Per
la gran parte dei contemporanei il disegno connota infatti precipuamente gli anni degli esordi, quando di presenta come un mezzo immediato ed efficace (e perché no, anche economico) per fissare sul foglio impressioni spontanee, suggestioni ambientali, esperienze plastiche.
Non si distacca da questo schema Nino Cordio, i cui disegni conosciuti risalgono prevalentemente al finire degli anni cinquanta, periodo chiave in cui l’artista – ventenne – lascia la Sicilia per giungere a Roma. Non molti fogli, dai quali tuttavia riescono ad emergere tanti dei caratteri che l’artista ha già acquisito al proprio bagaglio visuale, e che poi ritorneranno in molta sua opera, dopo la virtuosa e pregnante cesura dell’esperienza parigina. Su tutto, la sicilianità. “La Sicilia continua a nutrire la vena ricca del Cordio romano – noterà anni dopo l’amico critico Guido Giuffrè –, una Sicilia meno tragica e più malinconica, meno cupa nel sapore acre del dramma quotidiano e più gonfia della nostalgia evocativa d’un destino mutato in mito e in leggenda...”.
Figure, perché l’attenzione del giovane disegnatore in questo momento di crescita si concentra sul mistero dell’uomo, dell’«altro», sulle infinite varianti di un carattere morfologico, di una disposizione psicologica. Figure come quella della “nonna dalla quale ha visto foggiare le prime forme nel pane che veniva lavorato nei modi tradizionali in occasioni di festa. Proprio lei che durante il terremoto si rammaricava al pensiero d’aver messo la pasta a lievitare e che sarebbe andata perduta”, come ricorda con Maria Vittoria Ronzini. O come quelle dei contadini che occupano le terre nella piana di Catania, visti nel 1956, nell’unico giorno in cui si allontana dall’amato Istituto d’Arte. Figure che riescono a comunicare la forza interiore, la fierezza, l’orgoglio, e la grande dignità del siciliano, figure che formalmente possono richiamare certe prove di Renato Guttuso, o di Giuseppe Migneco. Ma in cui Cordio riesce a sottrarsi a una radicazione di maniera, sublimandole nel clima di neorealismo espressionista ancora molto presente nell’ambiente romano, con venature di passione politica. Un’emancipazione consapevole, in cui l’artista è accompagnato da importanti incontri, da quella necessità di contatto umano che lo accompagnerà per tutta la sua carriera. A partire dall’Istituto d’Arte di Catania, dove arriva dopo aver iniziato la sua formazione artistica fin dai dieci anni frequentando le botteghe artigiane di scultori e scalpellini, fra Santa Ninfa – dove era nato nel 1937 – e Mazara del Vallo.
A Catania arriva nel 1951, ed i primi incontri sono con compagni che gli saranno amici per la vita, giovani di talento come Piero Guccione, o Franco Piruca. Incontri importanti, come quello con Carlo Levi, fra i primi ad aiutarlo e incoraggiarlo quando, nel 1957, si trasferisce a Roma, per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Levi, scrittore vicino alla Sicilia tanto da dedicare ai problemi sociali dell’isola il libro «Le parole sono pietre», risultato di tre suoi viaggi in Sicilia, fra i primi a scrivere di Nino Cordio, presentando nel 1960 la sua prima mostra romana. Nella mostra Cordio espone le sue prime incisioni, i disegni rientrano nel cassetto, riposano quei profili decisi, quei nudi eleganti.

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