Nino Cordio
S C U L T U R A
Sono nato a Santa Ninfa, tra Segesta e Selinunte...”. Questa decisa rivendicazione identitaria ha sempre accompagnato i discorsi di Nino Cordio, divenendo anche una sorta di dichiarazione poetica. E la dice lunga – nella sua icasticità – sull’attaccamento dell’artista alle sue profonde radici siciliane. E soprattutto sull’evidenza “plastica” a cui questo radicamento si àncora, su quelle forme, su quel magico occupare lo spazio a cui l’immaginario di Cordio affida la sua memoria. Forse anche un indiretto omaggio alla scultura ellenistica, a quell’abbandono degli ideali di bellezza e perfezione fisica del periodo classico su una via molto più naturalistica, che segnerà anche le scelte del Cordio scultore. Non a caso è la scultura il primo “medium” incontrato nella sua formazione, e rimarrà l’ambito in cui lascerà alcune delle sue prove più convincenti. Nel 1947 la famiglia si trasferisce da Santa Ninfa a Mazara del Vallo, ed è qui che avvengono, come ricorda Maria Vittoria Ronzini, “i primi contatti con le botteghe. Prima lavora presso uno scultore del marmo, poi, a Trapani, da Don Diego intaglia il legno per i mobili. Si tratta di una scultura artigianale, ma è qui che impara la manualità e a padroneggiare la materia”. Con le prime opere compiute siamo nel 1957, l’anno dell’arrivo a Roma, ma soprattutto anni di studio, in cui le opere risentono in parte degli insegnamenti accademici. Come il “Ritratto di bambina”, terracotta di grande rigore formale e di linee classicheggianti, nella cui compostezza pare notarsi uno sguardo ad Aristide Maillol, modello molto in voga in quel periodo in ambito accademico. O magari al siciliano Francesco Messina, che nella figura umana ha saputo rinnovare gli stilemi in una modernissima classicità. Si cominciano a delineare comunque alcuni aspetti che poi saranno caratterizzanti nell’artista, come una certa tendenza al non finito, segno chiaro di insofferenza già presente per la politezza accademica, e che ricorre – fin da queste prime prove – nell’occhio. Quasi che la ricerca nell’introspezione psicologica delle figure, nell’intima malinconia esistenziale, rendesse secondaria la definitezza dell’occhio, eludibile elemento di proiezione esterna.
Il periodo di approfondimento delle tecniche incisorie, con il soggiorno parigino, segna per l’artista un momentaneo accantonamento della ricerca scultorea, che torna protagonista verso la metà degli anni Sessanta. La crescita culturale, e del bagaglio visuale, ha nel frattempo “lavorato” anche sulle sue convinzioni circa la scultura, che infatti ora presenta soluzioni decise, e di marcata personalità. Come la grande libertà espressiva dei tanti bronzetti, il cui vigoroso espressionismo percorre una strada calcata anche da un grande come Pericle Fazzini, che il giovane Cordio potrebbe aver conosciuto nei primi anni romani, nella personale del ’58 alla Galleria Alibert, o in occasione dell’ottava Quadriennale, nel 1960. “I più terrestri bronzetti, dove un corpo macilento, un gesto, oppongono alla calibrata, mirabile evasione favolistica, riferimenti più umanamente puntuali”, come scrive più tardi Guido Giuffrè. Che dedica notazioni interessanti e poetiche alla scultura, anche a quella in legno con cui l’artista recupera le prime esperienze giovanili, alla fanciulla-dea (probabilmente si riferisce a “Ricordo della sposa”, del 1968, oggi esposto al Municipio di Santa Ninfa) “che tiene il campo assisa su un’invisibile onda, trasportata agile dalla ventata del mito, dove la levigata, eburnea politezza del viso e delle mani contrasta con la fuga moltiplicata dei panneggi”. Modi ora sicuri, con una grande consapevolezza dell’occupazione dello spazio, dell’espressività del gesto, del dialogo con la luce. Che resistono alle lusinghe delle mode – pop su tutte –, per consolidare un’oggettivazione del reale che, lungi dall’assecondare tendenze didascaliche, si muove semmai sul terreno dell’evocazione.

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