Nino Cordio
I N C I S I O N E
L’incisione “è” l’arte di Nino Cordio. È possibile affermare questo, senza con ciò deprimere il valore di altre modalità espressive, la scultura in primis, che ne hanno fatto un artista a tutto tondo. Quando si giunge a muovere parole come quelle di Renato Guttuso, personaggio non certo facile alle lusinghe – “Nessuno come lui fa in Italia l’acquaforte a colori” – è evidente che ci troviamo di fronte ad una incontrovertibile affinità elettiva. Del resto fin dagli esordi Cordio si avvicina alle tecniche incisorie con un approccio sistematico e un’avidità conoscitiva che configura una sorta di predestinazione. Fin dal suo arrivo a Roma per gli studi accademici, l’incisione monopolizza l’attenzione del giovane artista, che nelle prime prove – “La Purfina”, 1959 – risente della regnante temperie neorealista identificabile nell’opera di Renzo Vespignani. Su cui Cordio innesta un’elaborata trama di segni, quell’intensa elaborazione emotiva che emerge in graffi , quasi gesti liberatorii che in qualche caso giungono a un cupo romanticismo. Il 1962 è un anno chiave nello sviluppo delle ricerche dell’artista, che giunge a Parigi grazie a una borsa di studio per approfondire le tecniche dell’incisione a colori. In una prima fase la sua attenzione è catturata dalle teorie di Stanley William Hayter, che nel suo Atelier 17 proponeva l’incisione realizzata con un’unica lastra incisa, inchiostrata con i diversi colori. Cordio realizza alcuni lavori con questa tecnica – “Pesce e fiori”, 1963 –, ma presto la accantona, individuandone i limiti nel fatto che le copie tirate in questa maniera risultano sostanzialmente tanti pezzi unici, monotipi, e questo contrasta con il principio che è alla base della calcografia, ovvero la serialità. La sua opzione cade dunque per una scuola che a Parigi contrastava il metodo Hayter, ovvero quella di Friedländer, che invece prevedeva la stampa di una lastra per ogni colore, col risultato di poter tirare tante copie identiche; questa sarà la sua scelta definitiva. Evidentemente da Parigi l’artista torna con prospettive rivoluzionate, in qualche caso anche a livello formale, come quando fanno la comparsa eleganti arabeschi tipici di un certo orientalismo di grande successo in Francia.
E non tarda a farsi viva anche la comprensione delle istanze dell’informale, quando i fogli svelano superfici quasi astratte, in cui l’analisi della nuda materia e dell’innesto “fisico” di accenni figurali diventa assolutamente prevalente su esigenze narrative qui secondarie (“Fiore notturno” e “Alba sull’Etna”, entrambe del 1969). Con l’ingresso negli anni Settanta tuttavia si rafforza la tendenza a ricercare le risposte alle proprie crescenti istanze esistenziali nella insondabile grandezza della natura, ed in questa incomprimibile vocazione torna prepotentemente protagonista la Sicilia. Ecco fogli dove la padronanza ormai assoluta del colore si distende in stesure tonali di grande afflato poetico – “Mare notturno”, 1970, “Girasole a Santa Ninfa”, 1971 –, che paiono quasi contrapporsi a prove dove è la luce a farsi parte attiva, disegnando squarci di vita da sottoboschi cupi e intricati – “Arance cadute”, 1977, o la grande “Ultimo raggio di sole”, 1985.
Ora l’incisione è per Nino Cordio quasi un mantra, un esercizio spirituale che accompagna ogni minuto del giorno, ogni stagione della vita, l’occhio di un artista sicuro su un mondo che non richiede più la sua presenza fisica.
Ora che è difficile dire oltre, ci possono soccorrere solo le parole di un poeta. Le parole di un grande artista, prese a prestito da un poeta come Raffaele Carrieri. “E ora ascoltate le meravigliose parole del grande Hokusai che a settantacinque anni si firmava Gwakio Rojiu, che significa pazzo del disegno: Dall’età di sei anni avevo la mania di disegnare la forma degli oggetti. Verso i cinquant’anni avevo fatto un’infinità di disegni, ma tutto quello che feci prima del mio settantesimo anno non merita di essere considerato. A settantatre anni capii approssimativamente la vera struttura degli animali, delle erbe, degli uccelli e degli insetti. Così, a ottantanni, avrò potuto fare nuovi progressi, a novanta penetrerò il mistero delle cose, a cent’anni sarò giunto a un mondo meraviglioso, e quando avrò centodieci anni tutto quello che farò, un punto, una linea, tutto sarà vivente. Io domando a quanti vivranno finché io vivrò di vedere se avrò mantenuto la parola. Cordio ha scritto queste corolle e queste foglie come lettere d’amore. Se invece che telegrammi cifrati arrivasse fino a noi il gusto delle indagini reali, arriveremmo agli archivi della polizia segreta di qualche isola del Mediterraneo”.

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