Nino Cordio
O L I O
Impegnato a sondare fin nel profondo le grandi possibilità espressive offerte dalla prediletta incisione, e più tardi anche dalla scultura, Nino Cordio affronterà raramente, nella sua parabola creativa, la pittura come tecnica della “sua” arte. Una scelta consapevole, confermata dal fatto che i dipinti che pure uscirono negli anni dal suo studio, solo in rarissime occasioni vennero esposti al pubblico. Altre, più fisiche, più immediate, per certi versi più magiche erano le tecniche alle quali avrebbe affidato le sue pregnanti simbologie, le sue alchemiche trasparenze, l’improvvisa violenza di certi segni.
Il suo incontro con la pittura risale agli anni dello studio all’istituto d’arte di Catania, ed è segnato – come egli ricorderà spesso – da una memorabile visita a una mostra di Antonello da Messina, allestita proprio a Messina nel 1953, una grande rivelazione, il primo contatto con la grande pittura universale. A Roma, dove giunge nel ‘57, l’artista riprende i pennelli, con lavori che si inseriscono nel clima dell’epoca – tardo-guttusiano, ancora con certi accenti neorealisti – ma che rimarcano le sue opzioni stilistiche già altrimenti palesate. “I suoi quadri – ha scritto Duilio Morosini, riferendosi proprio al periodo dell’esordio romano – ponevano, molto più delle acqueforti, l’accento sul marchio dei caratteri. Per la dilatazione delle immagini ed il piglio del segno: espressionistici, diciamo. Ma con una componente ritmica, nella impaginazione, tale da far pensare, vagamente, ai neri da vetrata dentro i quali il vecchio Rouault soleva chiudere la stravolta o ghignante “geografia” dei suoi volti di gente dagli insondabili sentimenti o condannabili perversità”.
Anche nella pittura, per Cordio risulta assai incisivo il periodo trascorso a Parigi per una borsa di studio, nei primi anni Sessanta. In una serie di dipinti realizzati fra il ‘65 e il ‘66, paiono infatti evidenti certi incontri evidentemente favoriti dal clima francese, come il Matisse Nabis e orientaleggiante, influenze che rafforzano i caratteri espressionisti e fortemente simbolici nella pittura dell’artista, che rivede anche la sua tavolozza, abbandonando i toni cupi degli esordi. Non affronta mai la figura umana, preferendo indagare i segreti delle piccole cose della natura, il gioco quasi metafisico di un gruppo di nespole, o di un piatto di melagrane.
Come intorno alla metà degli anni Ottanta, quando realizza una serie di olii piccoli e preziosi, una scelta di formato che tornerà presto anche negli affreschi. Per trovare un momento in cui la pittura torna protagonista nel mondo di Cordio, occorre giungere però agli ultimi anni della sua vita. Siamo in Umbria, e dallo studio immerso fra gli ulivi escono grandi tele coloratissime, solo recentemente esposte al pubblico, e che ora campeggiano nelle sale centrali del museo. La pittura diventa adesso il mezzo dell’artista maturo per liberare tutti i freni, l’espressionismo perde i connotati storiografici per significare immedesimazione panica nella natura, gli squarci cromatici sono le parole impronunciabili di chi vorrebbe raccontare il sublime di una foglia, di un raggio di sole, di una lama di cielo. Sarebbe impresa vana cercare di dire questo, dopo che così ne ha scritto Andrea Camilleri: “Davanti alla potenza di quattro grandi olii, ho avuto come l’impressione che tutti noi corressimo il rischio di esplodere, ho avuto la sensazione che la cornice non riuscisse a contenere questa forza della natura, un’arte che riproduce e interpreta e inventa in qualche modo la natura stessa, ma con una forza talmente potente che i colori sembrano capaci di apparire all’improvviso e sfondare le pareti. Voglio dire, è tale la carica di ricreazione della Natura che per un momento hai una sensazione di sospensione, di vera paura come di fronte a un atto assoluto".

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