Nino Cordio
A F F R E S C O
Il cantiere emanava un’atmosfera ripetibile nel tempo, di rara bel lezza. Dopo secoli, il mio senso di attesa era rivolto all’uscio: ve der arrivare gli autori dei secoli passati, i decoratori, gli stucca tori, i pittori, il capomastro, allontanatisi per consumare la so lita colazione”. È Nino Cordio in persona a ricordare il suo “colpo di fulmine” con l’affresco, in un cantiere sul Palatino, a Roma, dove due restauratori sta vano lavorando alla ricerca e al la ricomposizione degli affre schi della Casa di Augusto. E dalle sue parole entusiastiche emergono anche le motivazioni profonde per una scelta così rara, una tecnica antica, impegnativa, faticosa. “Affronto una superficie grande, il paesaggio e la luce sono complici di questo entusiasmo, lavoro secondo la regola, dal levar del sole fino al calar della sera, preparando tempo prima l’arriccio e l’intonachino. Le sorprese e le perplessità giungono puntualmente l’indomani del lavoro pittorico: i colori schiariscono, l’unità stilistica e del tono mi sfuggono...”. Sorprese, perplessità: è il mistero della creazione che guida in ogni momento gli interessi dell’artista, la magia, l’alchimia di una patina che trasfigura un bronzo, di una morsura che esaspera i toni di un’acquaforte.
L’incanto di un brano di intonaco affrescato, che asciugando restituisce colori insperati, studiate asperità, finanche fortuite incrinature. Ma l’affresco significa anche mettersi in una tradizione dal grande passato, far rivivere – fra i rarissimi artisti contemporanei – gesti che furono dei più grandi maestri della storia dell’arte. E poi contrapporre – con una determinazione che oggi potremmo leggere anche in chiave raffinatamente concettuale – una tecnica espressamente manuale, artigianale, esperta, alla deriva seriale, globale, spersonalizzante di tante recenti avanguardie.
Agli affreschi Cordio si dedica dal 1985, nei lunghi periodi di permanenza nelle campagne umbre, che gli offrono un nuovo bagaglio tematico che si affianca alle suggestioni della terra natale. Piccole cose che si caricano di sensi profondissimi, si fanno portatrici di storie millenarie, nature morte a cui la materia arida, la superficie ruvida, le imprevedibili macchie e lacune danno un’affascinante scenografia. Dove i protagonisti sono un cesto con poche ciliegie, un piatto di uova o di pannocchie, qualche pane pronto per la festa.
A volte la composizione si articola, come in “Ramo di melagrana II”, del 1985, dove la melagrana – che è un po’ una cifra per Cordio, quasi un
“marchio di fabbrica” – si inserisce in un elegante viluppo di segni rapidi, una cornice di impressioni grafiche di stampo orientaleggiante, che ne accentua il forte simbolismo. O come la più grande “Composizione paesaggio”, del 1992, dove inserisce l’artifizio, sempre vagamente teatrale, di memoria barocca, del “quadro nel quadro”. In altri casi Cordio riesce a forzare le possibilità dell’affresco fino a prove di marcato espressionismo, come in “Uccelli nel bosco” (1994), dove la figura perde quasi completamente i suoi connotati lasciando il campo alla suggestione. A volte l’eleganza dei toni e le scelte cromatiche rimandano a certe pitture pompeiane. Ma il “luogo” d’elezione di queste preziose composizioni, che a volte diventano quasi cammei, rimane legato al ripiegamento intimista, allo sguardo privato sull’oggetto. Al dramma pastorale che tutto disvela, che ha la sua summa nella grande “Pala laica”...

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